domenica 3 febbraio 2013

Essi Vivono (They Live)



La mia giornata tipo è abbastanza banale: normalmente mi alzo per le undici di mattina, affogo le prime tre ore in un miscuglio di caffè amaro e sigarette, poi mi installo davanti al computer per le successive sette a controllare le visualizzazioni del mio blog, a migliorare il layout e a superare qualche firewall di scarso livello. Di solito faccio una pausa di un quarto d'ora ogni tanto, giusto per dare libero sfogo alle mie esigenze fisiologiche primarie non più procrastinabili che non mi sembra il caso di elencare puntualmente.
Il mio blog ha appena raggiunto i 25 miliardi di visualizzazioni.
Per questo i soldi non sono un problema: otto insulsi banner pubblicitari ai quattro angoli sono più che sufficienti per condurre una vita decorosa.
Ho deciso di aprirlo circa due anni fa: mia nonna era morta da poco, e io non riuscivo a trovare i soldi per l'affitto. Lanciavo i miei curriculum in giro per Roma come se fossero stellette ninja, ma nessuno rispondeva. Non ho mai capito se ero io che puntavo troppo in alto, o se la congiuntura economica avversa rendeva la mia laurea in ingegneria informatica sostanzialmente indistinguibile da una triennale all'università per clown. Una sera sono tonato a casa appena brillo, saranno state le due, e il proprietario di casa di mia nonna, il signor Bianchi, aveva cambiato la serratura della porta d'ingresso. In fondo era stato gentile: aveva aspettato i tre mesi standard e aveva lasciato due valigie fuori dalla porta, più o meno tutti i miei averi se escludiamo una banconota da venti euro che avevo lasciato nel cassetto del comodino, una stecca di sigarette che era rimasta sotto al letto e una bottiglia di Jagermeister ancora chiusa.
A quel punto mi rimanevano soltanto sue opzioni: mantenere il mio orgoglio, e andarmi a rifugiare in un sottopassaggio della Stazione termini, o strisciare a casa di qualche amico. Dopo aver perso circa tre minuti a fissare l'ingresso maleodorante ella stazione ho deciso per la seconda opzione, e mi sono diretto verso casa di Samuele. La signora C., la madre di Samuele, aveva preparato un cena da ristorante stellato: gnocchetti radicchio e pancetta, arrosto al vino rosso e patate novelle, torta al cioccolato fondente e cocco. Presentava ogni piatto con una dovizia di particolari che rivelava tutto l'orgoglio per quel risultato.
Mi sentivo come se avessi avuto un televisore al posto della faccia, perennemente sintonizzato sulla pubblicità dell'8x1000 per l'Unicef: ogni volta che qualcuno si girava verso di me si forzava a sorridere in un misto di pietà e cortesia quasi vomitevole. Dopo essersi fatti raccontare, sempre molto civilmente, la lacrimevole storia della mia vita, fra genitori e nonne morte, sfratti, incidenti d'auto e contratti in nero da due euro all'ora, si sentivano finalmente appagati. Talmente pieni di superiorità caritatevole che il padre di Samuele, con gli occhi umidi mentre beveva un bicchierino di limocello fatto in casa, si offrì di procacciarmi un lavoro nella sua azienda, una multinazionale di cui non mi ricordo neanche il nome.
Nel giro di un mese tutto era sprofondato di nuovo nella più dolce mediocrità. Il lavoro era semplice, consisteva principalmente nello stare seduti a guardare il vuoto o a leggere un libro, mascherato come il poliziotto dei Village People. Il nuovo appartamento era il massimo che si potesse desiderare per quattrocento euro al mese senza contratto: una stanza, bagno e cucina in via Nomentana, appena fuori dal raccordo, in un decadente palazzone di nove piani incastrato fra una clinica privata e una caserma dei carabinieri. I vicini di casa oltraottantenni e completamente sordi erano la ciliegina sulla torta.
Poi, un lunedì indistinguibile da qualsiasi altro, mentre stavo leggendo un enfatico articolo del Corriere dello Sport sulla recente sconfitta della Roma in campionato, ho sentito un'esplosione provenire da dietro l'angolo: lo schermo della sicurezza interna era andato in corto, e l'eco del rumore assordante degli spari non accennava a fermarsi. I colpi si ripetevano uno dopo l'altro con una cadenza aritmetica e incessante. Ho tirato fuori il mio teaser (non avevo ancora una pistola perché ero in attesa del porto d'armi) e mi sono nascosto ad occhi chiusi sotto la scrivania, sperando che nessuno mi notasse. Ho provato a concentrarmi sul mio respiro: ero da solo nel buio con il mio lento, profondo, respiro. Due mani mi sono venute a prendere e hanno iniziato a scuotermi come un salvadanaio: il mio cuore si era fermato. Speravo soltanto che facessero in fretta.

  • Giovanni! Giovanni sono io!

Era il padre di Samuele: aveva del sangue misto a sudore spalmato sulla fronte e un orecchio completamente maciullato, ma non sembrava preoccupato. Si era rintanato sotto al tavolo: sorrideva in maniera strana e portava un paio di occhiali da sole avvolgenti.

  • Ehehehe, lo sapevo che sarebbe arrivato questo momento! Dio, questo è meglio del Nobel! Tieni, tu prendi questo e scappa.

Poi mi ha passato una scatola di cartone e ha iniziato a spingermi fuori dal mio rifugio. La scatola era piena di occhiali da sole. Ho pensato che avesse completamente perso la testa: era euforico e sovreccitato come se avesse appena sniffato mezzo quintale di coca. Mi sono appoggiato al muro, ancora parzialmente coperto dalla scrivania: il signor C. stava cercando di pulirsi gli occhiali con il camice insanguinato. Poi ha tirato fuori due enormi pistole cromate, ed praticamente scattato in piedi.

  • Mi raccomando, mettiti gli occhiali, non si è mai troppo sicuri. E racconta a tutti la mia storia. Vengo a prendervi bastardi! Sto arrivando!

È scomparso dietro l'angolo in un miscuglio di polvere e urla sconnesse, con il camice bianco che sventolava come il mantello di un supereroe da ospedale psichiatrico.
Io sono rimasto appoggiato al muro ancora un altro po', a fissare quella scatola: sul lato c'era scritto fragile, come su un qualsiasi scatolone abbandonato fuori da un supermercato. Ho impiegato quasi quindici minuti ad uscire dal palazzo: continuavo ad allontanarmi da rumore degli spari, ma il silenzio dietro ogni angolo era altrettanto spaventoso. Fuori dalla porta d'ingresso tutto sembrava normale: il guardiano al gabbiotto davanti alla sbarra stava leggendo il giornale. Quando sono entrato in macchina ho guardato attentamente quel parallelepipedo di vetri luminescenti: sembrava un comunissimo palazzo in un normale lunedì mattina alla periferia est di Roma. Non si sentiva un suono, non si vedeva un filo di fumo o un vetro rotto.

  • Hei, io me ne andrei a casa se fossi in te. Poi fai come ti pare.

Mi sono incolonnato sulla Salaria, mentre il palazzo diventava un riflesso luminoso sempre più lontano.
La scatola con gli occhiali era comodamente seduta al posto del passeggero, ad ogni frenata la proteggevo con una mano per evitare che cascasse in avanti. Al primo semaforo rosso ne ho preso uno: sembrava stranamente pesante. Appena li ho messi addosso tutti i colori sono scomparsi, come se qualcuno mi avesse catapultato il nervo ottico in un film dei primi del novecento: rimanevano soltanto poche sfumature di grigio, un sole pallido quasi indistinguibile dalla luna, un semaforo dai colori incomprensibili. Le mie mani erano di un bianco sporco, quasi trasparente. Sentivo il movimento delle ossa più vivo sotto quella pelle cartacea.
Una signora anziana stava attraversando la strada, ma c'era qualcosa di storto in quel profilo. Quando si è girata verso di me ho provato a fissarla negli occhi, ma non era possibile. Non aveva gli occhi. Nei suoi enormi incavi oculari c'erano soltanto due sfere nero petrolio, perfettamente lucide. Anche tutto il resto non aveva senso: era come se il suo viso non avesse pelle, le ossa bluastre erano in rilievo, sproporzionate, come un teschio ripreso da un fish-eye. I denti erano scoperti e troppo affilati e invece del naso aveva un buco profondo, dentro il quale riuscivo solo a scorgere un buio inumano. Ho accelerato di colpo e mi sono diretto verso casa. Provavo ad ignorare quello che vedevo distrattamente per strada, ma non ci riuscivo: tutto era differente, i cartelloni pubblicitari mostravano volti scheletrici e inneggiavano all'obbedienza. Parole cubitali come “sottomettiti!” “lavora!” e “consuma!” campeggiavano su tutti i muri al posto delle familiari scritte fatte con la bomboletta spray da qualche ragazzino.
Ad ogni incrocio le parole del Signor C. iniziavano ad avere più senso. I bastardi erano qui, fra noi. Passanti, carabinieri, bambini. Magari ce n'erano anche fra i miei amici, magari qualche mia ex ragazza in realtà era un fottutissimo scheletro scintillante mascherato da essere umano.
In un lampo di lucidità ho preso il cellulare, ho acceso la telecamera e ho messo un altro paio di occhiali davanti all'obbiettivo, poi sono sceso dalla macchina. Sul marciapiede passava uno di quei cosi travestito come un uomo grassoccio di mezz'età: non avevo idea se ci fosse una relazione diretta fra l'aspetto che assumevano e la loro vera natura, ma il sorriso bonario che scorgevo al di là degli occhiali ed il suo vestito marrone mi davano un minimo di sicurezza. Gli sono corso rapidamente intorno continuando a riprenderlo: le riprese erano un po' mosse e fuori fuoco, ma dall'alto della mia lunga carriera cinematografica mi sembravano fantastiche. Quell'affare continuava a fissarmi con i suoi pseudo-occhi completamente inespressivi, come se fossi un pazzo.
Sono saltato in macchina e sono volato verso casa.
Dopo aver chiuso a chiave la porta e messo una credenza di sicurezza a sbarrare il passaggio ho scaricato il filmato sul computer e l'ho messo su youtube: Essi Vivono (They Live) mi era sembrato un buon titolo. Tre ore dopo le visualizzazioni erano arrivate a otto. Era troppo lento, e non sapevo quanto tempo avevo a disposizione. I milioni di rumori di quell'appartamento non mi erano mai sembrati così sinistri: forse sapevano di me, forse mi stavano già cercando. Forse avevano delle navicelle spaziali, o delle pistole laser, non ne avevo idea. È in quel momento che ho avuto l'illuminazione: ho creato rapidamente una pagina web, con tanto di descrizione degli eventi di quel giorno e dedica al Signor C. Poi mi sono chiesto: quali sono i siti più visitati su internet? Semplice, i siti porno gratuiti, che a quanto pare coprono circa il 33% del traffico globale: ho hackerato i dieci più importanti (stranamente il livello di sicurezza era più elevato di quanto avessi immaginato) per fare in modo che, ad ogni apertura, si aprisse il sito del mio blog.
Nel giro di altre tre ore ero quasi a centomila visualizzazioni.
Da quel momento in poi dovevo solo aspettare: presto o tardi sarebbero arrivati, e io avevo solo un teaser con cui difendermi. Ero tranquillo, rilassato, sentivo un caldo senso di realizzazione partire dalla bocca dello stomaco. Ma è durato solo poche ore.
I giorni hanno iniziato a passare, lenti, noiosi, senza colori. In parte per colpa degli occhiali. Ma nessuno commentava, nessuno aveva ancora richiesto la spedizione gratuita degli occhiali che pubblicizzavo alla fine del filmato, nessuno era venuto a casa per darmi una mano. Nessuno. I telegiornali hanno iniziato a parlare del nuovo fenomeno virale: i due conduttori scheletrici di Studio Aperto hanno annunciato il servizio sul “video più visto di tutti i tempi” con quei loro incomprensibili sorrisi senza labbra.
Proprio oggi ho superato i 25 miliardi di visualizzazioni.
Mi è sembrato un buon momento per scrivere la mia storia, prima che sia troppo tardi. Forse stanno venendo a prendermi proprio adesso, o forse non verranno mai, non lo so. Resto seduto in questa stanza, e guardo fuori dalla finestra questa città che non riconosco più da qualche anno. Vorrei fare qualcos'altro, ma da solo non riuscirei a uccidere tutti quei fottutissimi mostri parlanti. E non so neanche dove potrei trovare una pistola.
Resto qui, aspettando che qualcuno o qualcosa venga a darmi una mano.
Non so cos'altro fare.


lunedì 28 gennaio 2013

2000 (racconto breve tirato fuori da un cassetto)


Merda, pensò di colpo S.
Merda merda merda.
Il rumore di quelle parole si contorceva nel suo cervello seguendo i movimenti ancora insicuri del suo corpo, quasi ondeggiando. Le braccia e le gambe anchilosate tendevano le coperte in ogni direzione.
Erano le ore 07:08 di un soleggiato lunedì mattina.
S. si era svegliato da pochi secondi ma già sapeva che sarebbe stata una giornata difficile: un raggio di luce era filtrato attraverso la serranda abbassata e aveva colpito direttamente i suoi occhi senza essere invitato. Non era un buon inizio, e sembravano essersene accorte anche le sue palpebre, che non volevano saperne di aprirsi. Come se fossero appiccicate una all’altra.
“Svegliati pigrone, sono le otto!”
Quella voce, così distorta e distante, era di sua madre, V., una casalinga grassoccia, invecchiata in fretta e senza accorgersene, come tutte le persone che hanno avuto figli. Aveva bussato alla porta ed era entrata nella camera di S. senza aspettare la risposta, come faceva sempre d’altronde, anche nei momenti meno opportuni.
“Si..adesso arrivo! Cazzo..aspettami di sotto”
Appena queste parole, accompagnate da un buon quantitativo di alito pesante, uscirono dalla sua bocca, S. si alzò dal letto, quasi come se fosse stato scaraventato fuori dai sogni, e si diresse verso il bagno trascinando lentamente un passo dopo l’altro. Come se ogni passo fosse una fatica che andava attentamente soppesata..
Arrivato davanti al bagno, dopo uno sforzo che gli sembrava francamente disumano, aprì la porta del bagno e si diresse verso la tazza. Aveva sentito da qualche parte che il modo migliore per superare i postumi di una bella sbornia era bere molto, ma forse era soltanto un’altra leggenda metropolitana. Come i coccodrilli nelle fogne, o come il Papa. Meglio non pensarci, c’erano cose più urgenti da fare.
La sua perfetta, goduriosissima, pisciata mattutina fu bruscamente interrotta dalla suoneria del cellulare: sapete, ci sono alcune persone che pensano che basti conoscere la suoneria di qualcuno per capire che tipo sia. Beh, se questo fosse stato vero, S. sarebbe sicuramente stato un telefono dei primi del novecento, uno di quelli con la cornetta e con il filo arrotolato.
“’Giorno piccola. Sì, è il primo giorno...No, non sono nervoso...Mica devo progettare centrali nucleari...'Sto lavoro lo può fare pure una scimmia...Sì, va bene, ti chiamo quando faccio pausa...No, non ho la più vaga idea di quando c'è pausa...Primo giorno...Va bene, a dopo. Si, sono stanco…Buona giornata…”
Visto che aveva interrotto la sua routine S. decise di accendere il computer, e di guardare i suoi messaggi. Un cestino di mondezza virtuale: ecco cosa succede nel mondo mentre dormiamo. Spam, nient’altro che pile di spam che ci vengono lanciate addosso appena abbassiamo la guardia per qualche ora.
La luce bluastra del monitor faceva sembrare S. ancora più pallido, quasi malato. Aveva bisogno della sua medicina: 15cc di Coffea arabica macinata e torrefatta, da assumersi preferibilmente per via orale. C’era un solo ostacolo fra lui e il caffè, una manciata di acqua fresca sul viso.
Il ritorno al bagno fu meno difficoltoso: le gambe avevano ripreso a funzionare in maniera soddisfacente. S. riaprì la porta e si posizionò solidamente davanti all’ampio specchio che si trovava sopra il tinello. Si guardò fisso negli occhi. O almeno era quello che voleva fare. Restò qualche secondo immobile, fissando allibito lo specchio: c’era dello sporco, ma non aveva idea di cosa fosse. Poi Indietreggiò in maniera insicura di un soli due passi, come se avesse paura di inciampare sulla sua ombra, continuando a guardare enigmaticamente ciò che aveva di fronte.
In un unico, brevissimo, istante compì un movimento repentino e, poggiando la mano sulla maniglia, si lanciò verso la cucina, dove sperava di trovare la famiglia raccolta davanti alla colazione ancora calda, come ogni lunedì mattina dalla notte dei tempi.
Il rumore della porta che sbatteva fu la sua presentazione migliore, racchiudeva tutta la sua personalità in un unico, semplice, suono: fece irruzione violentemente nella stanza dove regnava il solito silenzio dovuto all’orario, alla stanchezza ed alla poca fantasia che si nascondeva nei geni dei Moro, e si mise a guardare i suoi familiari con uno sguardo attonito e curioso, in attesa di vedere le loro reazioni.
Un volto, poi un altro.
Poi un altro giro, così, per sicurezza.
Il Signor Moro si prese giusto il tempo per dire “Buongiorno”, e poi tornò al suo cornetto intriso di caffelatte. Non riusciva a connettere prima di mezzogiorno, a meno che non ci fosse una partita di calcio da qualche parte del globo terrestre.
“Tesoro, non mi importa quanto vai di fretta, non esci se prima non fai colazione!”
V. aveva preso suo figlio per le braccia, attanagliandolo con quella che sembrava essere una mossa da wrestler professionista, e l’aveva letteralmente messo a sedere. Per pochi attimi l’aroma del caffè aveva offuscato i pensieri di S, spingendolo a dimenticare quello specchio vuoto. Essenza di fiore di loto versione 2.0.
Ma non era bastato.
“Ma tu mi vedi?”
“Piccolo mio, non mi guardare così…sei bellissimo come sempre! Ma fatti la barba”
Quella mano passata dolcemente sulla guancia ancora ruvida era stata di troppo: aveva segnato il netto passaggio dalla notte al giorno, inaspettato come quell’invadente raggio di sole.
S. si era svegliato: non era un sogno.
“Cazzo mamma, perché cazzo non riesci ad ascoltarmi? Non ho chiesto COME mi vedi, ho chiesto SE mi vedi! MI VEDI?”
Ma il nulla degli occhi di V. era troppo evidente: un deserto di sale senza neanche un’oasi di saggezza, o di speranza. Come se le stessero parlando di fisica molecolare. Era un vuoto umido che riempiva tutta la stanza, e la svuotava. Non c’era più spazio.
S. aveva bisogno d’aria, di risposte, di mille altre cose che neanche riusciva ad immaginare tanto erano sepolte sotto un centinaio di chili di stronzate quotidiane: uscì dalla stanza alla stessa velocità con cui era entrato. E svestito nello stesso modo. La luce verde dell’ascensore fermo al piano era come un semaforo che lo invitava a scappare più in fretta che poteva.
Merda. Proprio oggi dovevo prendere l’ascensore?
Lo specchio rifletteva con chiarezza le porte che si chiudevano alle sue spalle. Lui non c’era, era perso nel meccanismo arrugginito di quello scatolone semovente. Si girò di scatto, dando le spalle allo specchio: gli sembrava la soluzione migliore.
Unica o migliore, non fa una gran differenza.
L’attesa era infinita: un lungo silenzio imbarazzato con se stesso. Peggio di quando era rimasto incastrato lì dentro con la Signora Satri, una novantaduenne arterioscelotica che lo aveva scambiato per suo nipote.
Le porte spalancate erano il segnale che aspettava: le sue gambe si muovevano quasi da sole, anche perché nel suo cervello aveva ben altro a cui pensare. Capire è molto più faticoso e complesso di quanto non si pensi.
Rimaneva soltanto da trovare qualcuno con cui parlare, qualcuno più sveglio di sua madre. Una persona qualsiasi, insomma.
Uno.
Il gabbiotto della portineria. Bene. L. non sarà un genio ma almeno mi conosce. Magari non si spaventerà. Magari non chiamerà neanche la polizia.
E’ incredibile come, anche nei momenti di stress, il nostro cervello riesca a rimanere lucido.
L. stava appoggiato al vetro del gabbiotto, soprappensiero. Anche lui doveva essersi svegliato male, perché non aveva un’aria riposata.
L.! L.! Ehi!”
S. strinse le spalle di L. come se lo stesse impugnando: un pallone da basket umano. Iniziò a scuterlo come se stesse cercando degli spiccioli.
“Mi vedi? Cazzo, mi vuoi rispondere, mi vedi? Eh? Eh? Mi vedi?”
L. sembrava una lattina di coca-cola shakerata: stava per esplodere. I piccoli sputi che S. gli aveva inavvertitamente stampato in faccia non erano stati certo d’aiuto nell’evitare la prevedibile reazione dell’anidride carbonica agitata a quella velocità. Si liberò senza troppa fatica dalla presa di L. e lo scaraventò a terra come se fosse un bambino di dieci anni. Una piccola eco si espanse per l’androne, appena percettibile.
“Vedo che sei un testa di cazzo! Levati dalle palle prima che ti prenda a calci nel culo brutto stronzo! Ma guarda tu che gente che ci sta in giro. Per ‘sti due spicci poi…”
Le parole di L. avevano fatto appena in tempo a raggiungere le orecchie ancora sporche di S., che stava velocemente uscendo dal cancello. Era come rimbalzato per terra, ed aveva ricominciato a correre come se tutto quello che era successo fosse soltanto un sogno post-realista.
Due.
Quella signora va bene. È perfetta. Non è vecchia. Non ha una borsetta con cui menarmi. Niente accuse di scippo. Se mi avvicino con calma e cortesia dovrebbe darmi retta. Buongiorno, mi scusi, permette una domanda. Buongiorno, mi scusi, permette una domanda. Buongiorno, mi scusi, permette una domanda. Buongiorno…
Ma c’era qualcosa che non andava: il suo corpo non riceveva gli impulsi neuronali in maniera corretta. Come se si disperdessero. Come se interagissero con l’adrenalina in maniere imprevedibili.
La prima cosa che fece fu quella di correre alle sue spalle senza rallentare minimamente, superando di striscio le due persone che li separavano; poi mise una mano sulla spalla della signora, toccando appena i suoi capelli ricci.
“MI SCUSI, PERMETTE UNA DOMANDA!”
Il tono di voce non era quello che voleva, neanche lontanamente. Era un lamento strozzato, troppo acuto, troppo perentorio, troppo ad alto volume. Non sembrava cortese.
Tutti si erano girati a guardarlo.
La donna si era come accartocciata, spalmata sul muro sporco di polvere e graffiti. Aveva alzato la gamba, come se il suo ginocchio portato all’altezza dell’inguine potesse proteggerla da una qualsiasi minaccia.
Meglio lasciar perdere questa stronza.
Ma, proprio in quel momento, si avvicinò un uomo sulla quarantina, col passo sicuro e l’aria minacciosa. Era un armadio, e S. era un semplice vestito. Mancava solo una stampella.
Tre.
Ottimo. Ecco il solito coglione che vuole fare il fico per impressionare la ragazza di turno. Classica sindrome del principe azzurro. Se avesse più capelli la ragazza ci cadrebbe alla grande. Almeno lui non si spaventerà. Devo solo stare attento ai calci sulle palle.
“Senti ragazzino, vedi di darti una calmata! Se provi a mettere un’altra volta le mani addosso alla signorina io ti…”
Ma era troppo tardi: è inutile cercare di restare lucidi, è inutile cercare di restare logici, limpidi, lineari. A volte semplicemente si perde il controllo, e tutto diventa nebbia.
S. si scagliò sul malcapitato prendendolo per le spalline della giacca e sbattendolo sulla vetrina di un negozio. Per fortuna la vetrina era spessa, ed aveva assorbito il colpo senza neanche incrinarsi. Sarebbe potuta andare molto peggio.
“Stai zitto vecchio coglione, stai zitto capito? Mi devi solo rispondere, va bene? Io non voglio fare male a nessuno, a nessuno capito? Mi devi solo dire se MI-RIESCI-A-VEDERE? Mi riesci a vedere? Capito? Tutto qui. Solo questo. Non voglio menare picchiare nessuno…ma tu mi devi rispondere a questa cazzo di domanda di merda, capito?”
Le urla di S. avevano ricacciato il coraggio nella gola di quel signore. Farfugliava, balbettava, cacciava fuori sillabe senza senso e senza direzione.
S. lo lasciò andare. Non aveva senso continuare.
E poi non si vedeva neanche nella vetrina di quel negozio: vedeva la chierica del malcapitato, vedeva i vestiti di marca indossati da quei manichini irrealmente privi di lineamenti, vedeva perfino il riflesso delle due piccole lacrime che iniziavano ad uscirgli da sotto gli occhi. Sembravano due gocce di pioggia che scivolavano lentamente sul vetro.
Che senso aveva continuare ad urlare?
S. si lasciò andare, si squaglio a terra e nascose la testa in mezzo alle ginocchia. Si morse anche le labbra per evitare di piangere, ma, come tutto quello che aveva fatto da quando si era alzato quella mattina, fu inutile.
“Piccolo…eccoti qui…perché stai facendo così? Non ti senti bene? Dai, mi siedo accanto a te. Tu dimmi cosa c’è che non va’. Dillo alla mamma”
“Cosa c’è che non va? Cosa c’è che non va? Mamma…non c’è niente che va’. Niente. E’ tutto uno schifo. Una merda. E oggi è peggio, peggio del solito. Non ci sono, non mi vedo, non esisto. Negli specchi, nelle vetrine, non mi vedo. Nell’ascensore. So che non ha senso. Per questo lo stavo chiedendo in giro, ma è così. Non mi vedo per niente”
“Ma piccolo mio, a tutti succede di non vedersi allo specchio. Di non piacersi, di non riconoscersi. Di non essere contenti di quello che si vede. Di non vedersi per niente a volte. E’ normale. Stai solo crescendo. Fino adesso magari non ci avevi neanche pensato. Devi solo stare tranquillo. Ma non puoi lasciare che questa cosa ti butti giù così. Bisogna andare avanti, come un treno. Capito? Chiudere gli occhi ed andare avanti passo dopo passo. Dai, alzati. E’ ora di andare a lavoro: è il tuo primo giorno!”




“Tutto qui”
“Si dottore, tutto qui. O almeno è così che l’ho visto. Vissuto insomma”
“In terza persona? Da fuori, diciamo?”
“Si, perché?”
“Niente, solo curiosità professionale. E continua a non vedersi negli specchi?”
“Si, ma non è poi così male. Ci si abitua.”
“E il lavoro? Tutto a posto? Anche a casa? Questa cosa non la disturba?”
“Si, diciamo tutto bene. Il lavoro è terribile. Noioso. Ma ci si fa l’abitudine. A casa nessun problema. Sto mettendo i soldi da parte per andare a vivere da solo. Ma lo farò con calma. È vero, non mi vedo allo specchio, ma è solo un fastidio. Qual è la parola che sto cercando? Ecco: è un inconveniente. L’unico problema…beh…non so se è il caso...”
“Si, mi dica, non si deve vergognare. Rimarrà fra noi. Questo è un posto sicuro, lo giuro”
“L’unico problema è che non riesco a pettinarmi”.

giovedì 13 dicembre 2012

Il Canada blocca gli F35


Adesso è deciso, i dubbi si sono trasformati in realtà: il Canada si è infatti ufficialmente ritirato dal programma di sviluppo del caccia-bombardiere F35 "stealth". Il governo di Ottawa era infatti uno dei dieci Paesi, come l'Italia, che stava sviluppando questo progetto insieme agli Stati Uniti. Quello degli F35 era considerato il progetto più grande e costoso nella storia dell'aeronautica: ne dovrebbero infatti essere costruiti 2.443 per un costo totale stimato in 323 miliardi di dollari.
Questo dimostra ancora una volta che la richiesta di bloccare l'acquisto degli F35 rivolta al Governo italiano non era una richiesta "estremista" e neanche un vezzo dei pacifisti, ma un scelta razionale in un momento così difficile per l'economia nazionale.
Il Governo è ancora in tempo per cambiare questa scelta sbagliata, e reindirizzare le risorse verso uno dei tanti campi in difficoltà economica, come la ricerca, l'edilizia scolastica e gli ammortizzatori sociali (tanto per fare qualche semplice esempio, ma potrei andare avanti).

domenica 9 dicembre 2012

L'e-book gratuito di "DOCUMENTO 167"

Questo è il link per scaricare "Documento 167", il mio primo romanzo/racconto lungo.
Documento 167 è un viaggio sulle orme di D. F. Wallace (anche se non l'avevo ancora letto quando l'ho scritto), una distopia autobiografia, un diario da un futuro senza futuro.
Commenti e insulti sono, come sempre, cosa gradita!

DOCUMENTO 167.pdf - Dropbox


mercoledì 21 novembre 2012

Il testo dell'accordo Israele-Palestina



Questo l'accordo raggiunto per il cessate il fuoco fra Israele e Palestina in seguito alla mediazione Egiziana (in inglese), raggiunto Mercoledì 21 Novembre e reso pubblico dallo stesso governo egiziano. Netanyahu ha già commentato: "Ho voluto dare una chanche alla proposta egiziana, ma nel caso di fallimento useremo una forza maggiore". 



Agreement of Understanding For a Ceasefire in the Gaza Strip


1: (no title given for this section)

A. Israel should stop all hostilities in the Gaza Strip land, sea and air including incursions and targeting of individuals.

B. All Palestinian factions shall stop all hostilities from the Gaza Strip against Israel including rocket attacks and all attacks along the border.

C. Opening the crossings and facilitating the movements of people and transfer of goods and refraining from restricting residents' free movements and targeting residents in border areas and procedures of implementation shall be dealt with after 24 hours from the start of the ceasefire.

D. Other matters as may be requested shall be addressed.


2: Implementation mechanisms:

A. Setting up the zero hour for the ceasefire understanding to enter into effect.

B. Egypt shall receive assurances from each party that the party commits to what was agreed upon.

C. Each party shall commit itself not to perform any acts that would breach this understanding. In case of any observations Egypt as the sponsor of this understanding shall be informed to follow up.



(Reporting by Marwa Awad; Editing by Kevin Liffey)

martedì 30 ottobre 2012

A che punto siamo sull'educazione? Gli obiettivi italiani di Strategia Europa 2020.


In un post precedente su questo blog (quante parole giovani!) mi ero occupato di commentare brevemente le cifre sull'educazione emerse dal rapporto OCSE "education at glance 2011-2012". 
Da quel rapporto emergeva che, a dispetto di una media OCSE di laureati under 35 del 30% circa, la media italiana superava a malapena il 15%. L'altro dato fortemente negativo riguardava, invece, la percentuale di persone che riuscivano ad ottenere un titolo di studio superiore a quello dei propri gnitori, classifica in cui l'Italia si trovava quartultima davanti a USA, Turchia e Portogallo.e
Davanti a questi dati, che ho definito "inquietanti", ho ricevuto ogni tipo di obiezione, una delle quali riguardava il fatto che fanno parte dell'OCSE Stati in via di sviluppo o da poco sviluppati, e quindi in un relativo boom educativo. 
Visto che mi piace prendere in considerazione le critiche invece che ignorarle, questa volta metterò l'Italia in comparazione con una nazione del medesimo livello: l'Italia.
All'alba della crisi economica, solo 2 anni fa, la Commissione Europea ha presentato la Strategia Europa 2020, un progetto che prevede cinque obiettivi misurabili da tradurre in appositi piani nazionali, riguardanti: l'occupazione, la ricerca, la crescita sostenibile, l'istruzione e la lotta alla povertà. 
A che punto è l'Italia in materia di ricerca e istruzione? E' presto detto: l'obiettivo da raggiungere per quanto riguarda il tasso di abbandono scolastico fra i 18 ed i 24 anni sarebbe il 15%, mentre in Italia la media è del 18% circa (18,8% nel 2010, 18,2% nel 2011). Per quanto riguarda l'educazione terziaria fra i 30 ed i 35 anni l'obiettivo sarebbe di raggiungere quota 26%, mentre attualmente questa media si attesta sul 20% circa (19,8% nel 2010, 20,3% nel 2011). Va peraltro detto che entrambi i dati sembrano mostrare un trend positivo, anche se in piccola parte: non si può dire lo stesso per la percentuale di PIL destinata alla ricerca, che secondo la Commissione Europea dovrebbe raggiungere l'1,53%, ancora ferma all'1,26% (2009 e 2010) e che sembra destinata a diminuire ulteriormente.
Già questi dati, che senza bisogno di alcuno sforzo di fantasia definirò "inquietanti", dovrebbero mostrare che non solo l'Italia non ha puntato su ricerca, innovazione e educazione, ma che continua a non farlo. La situazione, però, risulta ancor più grave se confrontiamo quanto appena detto con gli obiettivi che la stessa Strategia Europa 2020 pone per l'insieme dei 27 Stati: il traguardo da raggiungere sull'abbandono scolastico fra i 18 ed i 24 anni è solo del 10%, a fronte di una media attuale del 14,1% (contro il nostro 18%). Per quanto riguarda l'educazione terziaria fra i 30 ed i 35 anni l'obiettivo sarebbe di raggiungere quota 40%, mentre la media attuale si attesta sul 33,5%, ben superiore al 20% registrato dall'Italia. Ancora più grande sembra la nostra distanza dal resto dell'Europa se volgiamo lo sguardo alla percentuale di PIL destinata alla ricerca, che secondo la Commissione Europea dovrebbe raggiungere il 3%, mentre è ancora ferma al 2%, contro il nostro 1,26%.
Ancora una volta la situazione della ricerca e dell'educazione in Italia sembra drammatica: per questo gli ulteriori tagli alla scuola e alla ricerca previsti dalla legge di Stabilità varata dal Governo Monti sembrano non solo sbagliati, ma anche del tutto illogici. Questo governo, e soprattutto il prossimo, dovranno ricominciare a puntare su questo (educazione, istruzione, ricerca e innovazione) per portare l'Italia fuori da una crisi che è sicuramente economica, ma che rischia ogni giorno di più di diventare anche una crisi culturale.

(Quasi dimenticavo! fonte dati: Eurostat, aggiornati al 21/10/2012)

lunedì 15 ottobre 2012

Perché dire no a questa riforma del Titolo V

Il testo della (possibile) riforma costituzionale del Titolo V non è ancora disponibile, e pochi sono gli indizi che possono far comprendere quale ne sarà il contenuto. L'unica cosa chiara è che le Camere dovranno fare in fretta ad approvarla, ma questa ormai non è più una novità. Anzi.
Ad ogni modo dal comunicato stampa successivo al Consiglio dei Ministri e dalle varie dichiarazioni successive (ad es. quella del Min. Patroni Griffi) risulta abbastanza chiaro che l'obiettivo di questa controriforma sarà quello di restituire allo Stato alcune competenze attualmente in mano alle Regioni e quello di dare la possibilità alla legge statale di imporre determinate modifiche alle leggi regionali qualora lo richieda la "tutela dell'unità giuridica ed economica della Repubblica".
Sul secondo punto sono personalmente d'accordo: il profilo dell'uguaglianza fra i cittadini della Repubblica non può che essere un faro in un sistema ormai plurilivello come quello italiano, e il Titolo V risulta lacunoso proprio in quest'ambito. 
Questo sistema plurilivello a cui abbiamo appena fatto riferimento, però, prevede anche uno strato superiore a quello statale: quello dell'Unione Europea, che sta vivendo ormai da decenni una fase di espansione delle proprie competenze. Proprio per questo motivo non è accettabile, invece, una diminuzione delle competenze regionali a favore dello Stato: se, come ha detto recentemente il Presidente Napolitano, le innovazioni future dipenderanno in massima parte dalle "cessioni di sovranità" statali all'UE, allora le competenze regionali saranno (o almeno dovrebbero essere) sempre di più un contrappeso alle delocalizzazione delle scelte fondametali dallo Stato al sistema europa. 
Quando in gioco ci sono equilibri di questo genere la cosa peggiore che si può fare è perdere di vista il concetto di quadro generale, l'armonia dei pesi e contrappesi,  in una sorta di furore vendicativo nei confronti dei tanti (tantissimi, decisamente troppi) casi di corruzione: la classe dirigente regionale è sicuramente di basso livello, potremmo dire (in maniera anche troppo lusinghiera) che sia in fase di crescita e costruzione, ma tornare indietro in questo momento, e farlo per di più di corsa, non è la soluzione.
Il rischio non è soltanto quello di mettere l'ennesima toppa sopra una toppa precedente, sfilacciando ancora di più il tessuto costituzionale e senza ripensamenti sul ruolo del Senato, ma anche quello di allontanare ancora di più i cittadini dai punti focali delle decisioni che li riguradano: se l'epoca della "Roma ladrona", anche se storicamentre vicina sembra ormai (fortunatamente) lontana, l'epoca dell'"Europa ladrona" è appena cominciata e durerà più a lungo di quanto molti sembrano pensare.

giovedì 19 aprile 2012

La Costituzione dopo la (possibile) riforma ABC


In questo post riporto (e dovrete scusarmi per la lunghezza!) il testo della nostra carta costituzionale, limitatamente agli articoli interessati, così come risulterebbe in seguito all'approvazione della riforma costituzionale ABC. Come riferimento ho utilizzato il testo base già approvato in Commissione, attualmente calendarizzato in Parlamento ed i cui emendamenti potranno essere presentati entro l'8 Maggio p.v.. 
Ovviamente non essendo questo il testo definitivo della riforma vi potranno essere dei cambiamenti, anche rilevanti, rispetto a questo punto di partenza, i cui punti principali mi sembrano comunque essere i seguenti:

 - Riduzione del numero dei parlamentari (non certo drastico ma non irrilevante, 508 Deputati e 254 Senatori).

 - Superamento del bicameralismo perfetto (tramite il criterio funzionale ancorato all'articolo 117 Cost.) e velocizzazione dell'iter legislativo (da valutare più attentamente in connessione con le future modifiche dei regolamenti parlamentari).

 - Rafforzamento del Governo e, in parte, del Presidente del Consiglio ( prima di tutto tramite la mozione di sfiducia costruttiva a maggioranza assoluta, ma anche attraverso la corsia preferenziale governativa, la fiducia al solo Presidente del Consiglio, la connessione tra eventuale rigetto della fiducia e proposta di scioglimento delle Camere).

In sostanza questa riforma sembra essere improntata principalmente sul modello della Legge Fondamentale tedesca del '49 e, insieme alla riforma elettorale, a quella dei regolamenti parlamentari e a quella dei partiti, dovrebbe razionalizzare il sistema parlamentare italiano rispondendo almeno ad una parte dei rilievi dottrinari degli ultimi vent'anni, rafforzando il bipolarismo senza estremizzarlo. Certo, questa riforma non può essere definita "drastica", è senza dubbio figlia di un compromesso che rispecchia l'attuale eterogeneità dei partiti facenti parte della maggioranza (ad esempio sarebbe possibile una riforma più convincente del bicameralismo, con un rapporto fiduciario Governo-Parlamento legato ad una sola Camera oppure con elezioni di secondo grado per il Senato, un taglio più netto dei parlamentari ed un intervento più decisivo per la diminuzione della decretazione d'urgenza), ma certamente si tratta di un passo in avanti che, qualora andasse a buon fine, potrebbe eliminare quantomeno le contraddizioni e le problematiche più grossolane del nostro sistema attuale.


Gli articoli interessati (in grassetto le parti modificate)
Art. 56.
La Camera dei deputati è eletta a suffragio universale e diretto.
Il numero dei deputati è di cinquecentootto, otto dei quali eletti nella circoscrizione Estero.
Sono eleggibili a deputati tutti gli elettori che nel giorno delle elezioni hanno compiuto i ventuno anni di età.
La ripartizione dei seggi tra le circoscrizioni, fatto salvo il numero dei seggi assegnati alla circoscrizione Estero, si effettua dividendo il numero degli abitanti della Repubblica, quale risulta dall'ultimo censimento generale della popolazione, per cinquecento e distribuendo i seggi in proporzione alla popolazione di ogni circoscrizione, sulla base dei quozienti interi e dei più alti resti.
Art. 57.
Il Senato della Repubblica è eletto a base regionale, salvi i seggi assegnati alla circoscrizione Estero.
Il numero dei senatori elettivi è di duecentocinquantaquattro, quattro dei quali eletti nella circoscrizione Estero.
Nessuna Regione può avere un numero di senatori inferiore a sei; il Molise ne ha due, la Valle d'Aosta uno.
La ripartizione dei seggi tra le Regioni, fatto salvo il numero dei seggi assegnati alla circoscrizione Estero, previa applicazione delle disposizioni del precedente comma, si effettua in proporzione alla popolazione delle Regioni, quale risulta dall'ultimo censimento generale, sulla base dei quozienti interi e dei più alti resti. 
Art. 58.
Sono eleggibili a senatori gli elettori che hanno compiuto il trentacinquesimo anno.
Art. 70.
La funzione legislativa è esercitata (“collettivamente” parola soppressa) dalle due Camere.

Art. 72.

I disegni di legge sono presentati al Presidente di una delle Camere.
I disegni di legge devono avere un contenuto omogeneo.
I disegni di legge riguardanti prevalentemente le materie di cui al terzo comma dell’articolo 117 sono assegnati al Senato della Repubblica; gli altri disegni di legge sono assegnati alla Camera dei deputati.
Presso il Senato della Repubblica è istituita la Commissione paritetica per le questioni regionali, composta da un rappresentante per ciascuna Regione e Provincia autonoma, eletto dai rispettivi consigli, e da un eguale numero di senatori che rispecchi la proporzione tra i gruppi parlamentari, la quale esprime, entro termini e secondo procedure stabiliti dal Regolamento, parere obbligatorio sui disegni di legge riguardanti prevalentemente le materie di cui al terzo comma dell’articolo 117.
I disegni di legge sono assegnati, con decisione insindacabile, ad una delle due Camere d’intesa tra i loro presidenti secondo le norme dei rispettivi regolamenti.
Il disegno di legge è esaminato, secondo le norme del regolamento della Camera alla quale è stato assegnato, da una commissione e poi dalla Camera stessa, che l’approva articolo per articolo e con votazione finale
Il regolamento stabilisce procedimenti abbreviati per i disegni di legge dei quali è dichiarata l'urgenza.
Può altresì stabilire in quali casi e forme l'esame e l'approvazione dei disegni di legge sono deferiti a commissioni, anche permanenti, composte in modo da rispecchiare la proporzione dei gruppi parlamentari. Anche in tali casi, fino al momento della sua approvazione definitiva, il disegno di legge è rimesso alla Camera, se il Governo o un decimo dei componenti della Camera o un quinto della commissione richiedono che sia discusso e votato dalla Camera stessa oppure che sia sottoposto alla sua approvazione finale con sole dichiarazioni di voto. Il regolamento determina le forme di pubblicità dei lavori delle commissioni.
La procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale e per quelli di delegazione legislativa, di concessione di amnistia e indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, di approvazione di bilanci e consuntivi, di attuazione dell'articolo 81, sesto comma, e per quelli diretti all'adempimento degli obblighi derivanti dall'appartenenza all'Unione europea. Per tali disegni di legge occorre l'approvazione di entrambe le Camere.
Il Governo può chiedere che un disegno di legge sia iscritto con priorità all’ordine del giorno della Camera che deve esaminarlo e che sia votato entro un termine determinato secondo le modalità e con i limiti stabiliti dai regolamenti. Può altresì chiedere che, decorso tale termine, il testo proposto o condiviso dal Governo sia approvato articolo per articolo, senza emendamenti, e con votazione finale.
Il disegno di legge, approvato da una Camera, è trasmesso all’altra e si intende definitivamente approvato se entro quindici giorni dalla trasmissione questa non delibera di disporne il riesame su proposta di un terzo dei suoi componenti.
La Camera che dispone di riesaminare il disegno di legge deve approvarlo o respingerlo entro i trenta giorni successivi alla decisione di riesame. Decorso inutilmente tale termine, il disegno di legge si intende definitivamente approvato.
Se la Camera che ha chiesto il riesame lo approva con emendamenti o lo respinge, il disegno di legge è trasmesso alla prima Camera, che delibera in via definitiva
Art. 73.
Le leggi sono promulgate dal Presidente della Repubblica entro un mese dall'approvazione.
Se la Camera che la ha approvata definitivamente, a maggioranza assoluta dei propri componenti, ne dichiara l'urgenza, la legge è promulgata nel termine da essa stabilito
Quando è previsto il voto di entrambe le Camere, l'urgenza deve essere deliberata da ciascuna di esse a maggioranza assoluta dei propri componenti
Le leggi sono pubblicate subito dopo la promulgazione ed entrano in vigore il quindicesimo giorno successivo alla loro pubblicazione, salvo che le leggi stesse stabiliscano un termine diverso.
Art. 74.
Il Presidente della Repubblica, prima di promulgare la legge, può con messaggio motivato alle Camere chiedere una nuova deliberazione secondo le procedure di cui all'articolo 72.
Se la legge è nuovamente approvata, questa deve essere promulgata.

Art. 92.
Il Governo della Repubblica è composto del Presidente del Consiglio e dei ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei ministri.
Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, nomina e revoca i ministri.
Art. 94.
Il Presidente del Consiglio dei Ministri deve avere la fiducia delle due Camere.
Ciascuna Camera delibera sulla richiesta di fiducia mediante mozione motivata e votata per appello nominale.
Entro dieci giorni dalla formazione del Governo, il Presidente del Consiglio dei Ministri si presenta alle Camere per ottenerne la fiducia.
Il voto contrario di una o d'entrambe le Camere su una proposta del Governo non importa obbligo di dimissioni.
La mozione di sfiducia deve essere sottoscritta da almeno un terzo dei componenti della Camera e dei componenti del Senato, deve contenere la indicazione del nuovo Presidente del Consiglio dei Ministri, da nominare ai sensi dell'articolo 92, secondo comma, e non può essere messa in discussione prima di tre giorni dalla sua presentazione.
La mozione di sfiducia deve essere approvata dal Parlamento in seduta comune a maggioranza  assoluta dei componenti di ciascuna delle due Camere.
Qualora una delle Camere neghi la fiducia, il Presidente del Consiglio dei Ministri può chiedere al Presidente della Repubblica lo scioglimento delle Camere o anche di una sola di esse; le Camere non possono essere sciolte se il Parlamento in  seduta comune entro venti giorni dalla richiesta di scioglimento indica a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera il nuovo Presidente del Consiglio dei Ministri, da nominare ai sensi dell'articolo 92, secondo comma.

Art. 126.
Con decreto motivato del Presidente della Repubblica sono disposti lo scioglimento del Consiglio regionale e la rimozione del Presidente della Giunta che abbiano compiuto atti contrari alla Costituzione o gravi violazioni di legge. Lo scioglimento e la rimozione possono altresì essere disposti per ragioni di sicurezza nazionale. Il decreto è adottato sentita la Commissione paritetica per le questioni regionali, costituita presso il Senato della Repubblica.
Il Consiglio regionale può esprimere la sfiducia nei confronti del Presidente della Giunta mediante mozione motivata, sottoscritta da almeno un quinto dei suoi componenti e approvata per appello nominale a maggioranza assoluta dei componenti. La mozione non può essere messa in discussione prima di tre giorni dalla presentazione.
L'approvazione della mozione di sfiducia nei confronti del Presidente della Giunta eletto a suffragio universale e diretto, nonché la rimozione, l'impedimento permanente, la morte o le dimissioni volontarie dello stesso comportano le dimissioni della Giunta e lo scioglimento del Consiglio. In ogni caso i medesimi effetti conseguono alle dimissioni contestuali della maggioranza dei componenti il Consiglio.

sabato 14 aprile 2012

Corsi Ricorsi e Ricicli


In questo complesso momento, soprattutto guardando i telegiornali, si ha sempre più spesso l'impressione di essere in un ricorso storico continuo, quasi un ritorno prepotente (e petulante) dei climi e dei problemi del periodo '92-'96. 
In effetti i punti di contatto non sono pochi: l'impressione di un progressivo deterioramento morale della politica, fiammate di antipolitica provenienti tanto da destra quanto da sinistra, il governo tecnico (prima Ciampi e poi, soprattutto, Dini) le tematiche della legge elettorale e del finanziamento pubblico ai partiti (entrambe presenti nel referendum abrogativo del 1993), la riforma del mercato del lavoro (basti pensare al protocollo Ciampi del 1993), la riforma delle pensioni (Dini, 1995) e le riforme istituzionali e costituzionali.
E' vero, le somiglianze sono tante, ma sono passati soltanto quindici-vent'anni da quel periodo, si può veramente parlare di un ricorso storico? Io non credo. Piuttosto che di un ricorso io parlerei di un "riciclo" di problemi che sono appena riemersi dopo un periodo in cui sono rimasti, sfortunatamente, assopiti. Il vero problema, a mio parere, è stata l'assenza di un vero momento di rottura col il sistema precedente: il fallimento della bicamerale D'Alema, infatti, ha lasciato il peso delle aspettative di cambiamento esclusivamente sul referendum e sulla susseguente legge elettorale, che da sola non è stata e non poteva essere sufficiente a supportare l'inizio della II Repubblica. Senza un nuovo patto costituente ma anche costitutivo, infatti, era prevedibile che i medesimi problemi riemergessero violentemente al primo segnale di scricchiolio di un sistema che, in questo periodo storico, è stato fortemente contrassegnato dalla continua tensione fra la lettera della Costituzione e la differente percezione sociale e mediatica del suo significato. Parole come "Premier", norme come quella sull'obbligo di indicazione del "capo della forza politica" nelle schede elettorali previsto dal Porcellum, le continue accuse di trasformismo e partitocrazia infatti derivano da questa frattura, da tutte le promesse mancate dell'ultimo periodo della I Repubblica. 
Detto in poche parole: c'è stata la percezione sociale e mediatica di un cambiamento che non è mai realmente avvenuto se non nei nomi e nei simboli di partito.
Adesso non è più possibile commettere il medesimo errore, non è più possibile sottoporre la (bellissima) Costituzione del '48 ad ulteriori tensioni che rischierebbero di sfaldare non solo il suo tessuto intrinseco, ma anche lo stesso tessuto sociale: non è più possibile affidarsi a leggi e leggine emergenziali per superare l'impasse del momento e poi continuare come nulla fosse successo. Rimangono soltanto due soluzioni nette: o tornare in toto al sistema costituzionale precedente, al classico parlamentarismo senza correzioni posticce previsto dalla Costituzione ancora vigente, oppure andare avanti compiutamente ed approvare una completa modifica della parte II con specifico riferimento alla forma di governo, che porti ad un effettivo rinnovamento e ad un riconoscimento reciproco fra le forze politiche. 
Allora ben venga la legge elettorale, ben venga la legge sul finanziamento pubblico ai partiti (a patto che lo razionalizzi e non lo elimini) e ben venga la riduzione del numero dei parlamentari, ma senza dimenticarsi del passato e di come, senza una struttura costituzionale che includa queste modifiche in un contesto più ampio, gli stessi problemi sono destinati a ripresentarsi a breve, probabilmente in maniera ancora più violenta. 

mercoledì 29 febbraio 2012

Non ho niente contro la Croazia, ma...


Oggi, dopo il voto di ieri al Senato, l’Italia è diventata il primo Stato fondatore dell' Unione Europea a ratificare il Trattato di adesione della Croazia. Come stavo dicendo poco sopra, non ho niente contro la Croazia, ma…è veramente il caso di continuare ad allargare i confini dell’Unione Europea? Non è arrivato forse il momento di fermarsi un attimo, di fare un bel respiro e di approfondire il concetto di Europa, soprattutto da un punto di vista politico? Io penso di si.
L’alternativa fra “widening” e “deepening” dell’Unione si è mossa sempre nella stessa direzione negli ultimi anni, ma oggi più che mai bisogna fermarsi a riflette: oggi, il giorno in cui Junker ha annunciato che gli aiuti alla Grecia saranno sboccati entro il prossimo 20 Marzo, oggi, il giorno in cui dodici studenti sono stati arrestati a Barcellona durante un corteo contro i tagli, oggi che gli scontri fra No-Tav e forze dell’ordine sono diventati ancora più aspri, coinvolgendo perfino una troupe televisiva. Forse le cose non sembreranno collegate ad un primo sguardo, ma c’è un sottile filo che le connette: l’opinione pubblica europea, coscientemente o meno, sta diventando sempre più frustrata e insoddisfatta.
Lo dimostrano in maniera emblematica le bandiere tedesche bruciate in Grecia.
Questa ondata di malcontento dipende sicuramente dalla crisi economica, ma la reazione a questa crisi dipende dalla perdita progressiva dei punti di riferimento storici: la gente si rende perfettamente conto che le decisioni  economiche fondamentali non sono più prese liberamente dai governi e dai parlamenti democraticamente eletti, e sente il bisogno di trovare qualcuno che possa essere ritenuto responsabile, soprattutto politicamente.
Perché la politica in fondo è anche questo: presa di responsabilità.
L’opinione pubblica sta iniziando ad accorgersi della rivoluzione silenziosa che è esplosa negli ultimi vent’anni, dal Trattato di Maastricht in poi, ed è questo il momento di dare una risposta a questa (comprensibile) frustrazione tramite una legittimazione democratica ed una crescita sociale dell’Unione Europea. Serve un’Europa che metta di nuova al centro i cittadini, i loro diritti ed i loro doveri, al di la dei ragionamenti puramente economici. Sembra assurdo dirlo adesso, in un momento in cui la crisi dei debiti sovrani sembra essere giunta al suo punto più drammatico, ma è nei momenti di crisi che diventa necessario cambiare, per il bene di tutti.
Se è vero quello che diceva Guarino ormai quindici anni fa, ovvero che “il Trattato UE non solo limita l’area della politica, ma richiede agli Stati di disfare quanto di buono la politica aveva realizzato nel passato, e di provvedervi da soli, tempestivamente e rigorosamente”, allora deve essere la stessa Europa a recuperare quello di buono fatto dagli Stati nazionali nel corso del secolo appena trascorso, e portarlo a livello europeo. Senza un salto in avanti di questo genere l’esperienza europea è destinata a fallire…con o senza la Croazia.

La Gelmini ed i dottorati senza borsa

In un primo momento non è stata considerata una notizia eclatante, soprattutto in mezzo alla valanga di controversi stravolgimenti portati dalla riforma Gelmini, ma l’eliminazione del limite numerico ai posti di dottorato senza borsa, che disponeva che quest’ultimi fossero inferiori alla metà dei posti messi a bando, inizia a far vedere i suoi effetti. Per dirla in maniera semplice, grazie all’articolo 19 della riforma, ciascun ateneo potrà d’ora in avanti decidere liberamente il rapporto tra numero di posti di dottorato con borsa e senza borsa, mentre fino a poco tempo fa i posti senza borsa non potevano essere superiori alla metà dei posti messi a bando: una borsa di studio e quattordici dottorati senza borsa? Perché no! 
La prima Università ad approfittare di questa possibilità, in attesa dell’approvazione del nuovo Regolamento di dottorato, è stata la Federico II di Napoli che lo scorso Novembre, come spiega una nota dell’Adi (Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani), ha bandito i primi concorsi di dottorato in cui il numero dei posti di dottorato senza borsa supera quello dei posti con borsa (Dottorato in Economia e management delle aziende: 2 posti con borsa e 4 posti senza borsa; Dottorato in Scienze dell’alimentazione e della nutrizione: 2 posti con borsa e 3 posti senza borsa; Dottorato in Istituzioni e politiche ambientali: 2 posti con borsa e 5 posti senza borsa), un segnale preoccupante che dimostra come la nuova normativa venga già applicata in alcuni atenei.
Questo cambio di direzione è sicuramente preoccupante perché  lascia la strada aperta ad un uso spropositato dello strumento del dottorato senza borsa da parte dei dipartimenti, con conseguenze su tutto il sistema universitario: in primo luogo perché svilisce il lavoro di tanti giovani studiosi, costretti a fare ricerca in assenza di un sostegno economico stabile e a pagare tasse che diventano sempre più alte. In secondo luogo, poi, perché l’ampio e prevedibile ricorso ai dottorati senza borsa da parte dei dipartimenti, con il probabile aumento dei posti complessivi, rischia di svalutare il titolo stesso abbassando il livello dei concorsi e della ricerca, con effetti che potrebbero riverberarsi, in prospettiva, anche sul valore delle lauree. E non dico questo per semplice paranoia, la convenienza economica di un aumento incontrollato di questo genere di dottorati risulta evidente: più introiti dalle tasse universitarie e meno borse di studio, un affare d’oro che difficilmente le Università decideranno da sole di farsi scappare, soprattutto in questo momento di crisi.
Per questo è importante che il governo ed il parlamento intervengano il più presto possibile in questa materia eliminando questa norma insensata, per salvaguardare non solo la dignità dei dottorati ma anche il loro reale valore accademico.


mercoledì 16 novembre 2011

I Ministri. No, non la band.


Ministero dell'Economia e delle Finanze: interim Mario Monti, credo sappiate di chi sto parlando

Ministero della Giustizia: Paola Severino (laureata alla Sapienza), avvocato penalista e vice-rettore dell Luiss Guido Carli.

Ministero degli Esteri: Giulio Terzi Sant'Agata, ambasciatore italiano a Washington

Ministero dell'Interno: Anna Maria Cancellieri, commissari straordinario al Comune di Parma ed ex-prefetto.

Ministero della Salute: Renato Balduzzi, giurista esperto di Sanità e presidente dell'Agenas, l'agenzia per i servizi sanitari regionali

Ministero della Difesa: Giampaolo Di Paola, Ammiraglio e attuale Presidente del Comitato Militare della NATO.

Ministero dell'Istruzione, Università e Ricerca: Francesco Profumo, presidente del CNR

Ministero dello Sviluppo Economico, Infrastrutture e Trasporti: Corrado Passera, consigliere delegato di Intesa San Paolo, ex Direttore Generale del gruppo Mondadori.

Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali: Elsa Fornero, professoressa di Economia all'Università di Torino, editorialista del Sole 24 Ore.

Ministero Politiche Agricole: Mario Catania

Ministero dell'Ambiente: Corrado Clini, professore presso l'Università degli Studi di Parma nel Dipartimento di Scienze Ambientali e Direttore Generale presso lo stesso Ministero dell'Ambiente

Ministero dei Beni Culturali: Lorenzo Ornaghi, Rettore dell'Università Cattolica del Sacro Cuore.

Ministero dei Rapporti col Parlamento (s.p.): Piero Giarda

Ministero della Cooperazione Internazionale (s.p.): Andrea Riccardi

Ministero della Coesione Territoriale (s.p.): Fabrizio Barca

Ministero del turismo e Sport (s.p.): Piero Gnudi

Ministero degli Affari Europei (s.p.): Enzo Moavero Milanesi



Dopo questo breve elenco, passiamo alle conclusioni: si tratta di tecnici molto (molto!) tecnici, banchieri, professori, membri della burocrazia statale e non.
E' un bene o un male? Beh, nonostante la massiccia campagna mediatica e istituzionale, che ha creato (anche in me, lo ammetto) una attesa frenetica e spasmodica, come se si trattasse della seguitissima estrazione del Superenalotto, non credo sia né un bene né un male, almeno non in termini assoluti. E' un segnale forte di rottura rispetto al passato, di rinnovamento, di superamento (almeno si spera) dei conflitti spesso infantili della politica nostrana.
Siamo sopravvissuti anni con ministri come Mara Carfagna (ecco un breve curriculum: http://www.il-grande-fratello.com/foto-showgirls-italiane/mara-carfagna/mara-carfagna-5.jpg ) e Ignazio La Russa ( Notissimo il suo aforisma: "Lukashenko? Chi è questo?"), sopravviveremo senza grossi problemi anche a questa carica di tecnocrati che, va detto, sicuramente conoscono a menadito gli argomenti di cui si dovranno occupare.
L'unico vero quesito riguarderà la loro abilità nel relazionarsi col complesso meccanismo ministeriale-burocratico, da una parte, e con quello politico dall'altra. Ed è proprio questo secondo aspetto che forse viene lasciato da parte nella giornata odierna (chissà, forse per volontà degli stessi partiti, forse per sottolineare con ancora più forza la "rottura" che questo governo vuole incarnare): tutti i provvedimenti che questi nuovi ministri intendono varare dovranno passare, fatalmente, per il Parlamento, superando una ragnatela di veti incrociati che se da una parte potrebbero ridurne l'efficacia ed il peso in termini di "costi", dall'altra ne accresceranno il valore democratico e di ponderazione fra le istanze diversificate che i vari partiti incarnano.
Insomma, ancora una volta lo spirito voyeur degli italiani, pompato dalle televisioni, ha creato una trepidante attesa su qualcosa che, in fondo in fondo, è poco più che un semplice punto di partenza: io attendo i provvedimenti, aspetto le discussioni parlamentari, aspetto quei "sacrifici" che lo stesso Monti ha annunciato, prima di poter dare una valutazione compiuta ed intelligente (almeno ci provo, non mi riesce sempre ma va apprezzato l'impegno!) di quanto sta accadendo. 
Nel frattempo ascolto i Ministri. Si, la band.
(I Ministri- Tempi Bui)

sabato 12 novembre 2011

Anno 0.1

Perché anno "0.1"?
Perché non semplicemente "anno 0"?
Perché dall'esatto momento in cui Berlusconi salirà al Quirinale a rassegnare le dimissioni nella sua usuale nuvola indistinta di fischi ed applausi, si chiuderà definitivamente un'epoca: 19 anni (o meno) che forse non sono stati 20 per evitare una scomoda simmetria, ma ci sono sembrati almeno un ventennio.
Se non di più.
Se fosse soltanto la fine del Berlusconismo, in tutte le sue idiosincrasie e distorsioni, io non sarei qui a scrivere, sarei per strada a festeggiare, forse non ubriaco ma brillo, intonando canzoni d'altri tempi, e tornerei a casa alle 3 per scrivere dell'inizio della ricostruzione, dell' "anno 0".
Ma  non siamo all'anno 0: Monti è già dietro la porta con il suo carico di tecnici (solo tecnici? a quanto possiamo capire attualmente, si) e con il suo curriculum da Commissario europeo, da neo-Senatore a vita e, qualcuno se lo scorda, da advisor della Goldman Sachs e della Coca Cola company.
Non sono sconvolto, sconcertato o indignato, forse lo sarei stato dieci anni fa: è quello di cui il paese ha bisogno in questo momento, su questo non c'è dubbio e credo che sempre più gente se ne renda conto, ed il PD ha fatto sicuramente bene ad appoggiare il Presidente Napolitano nella sua scelta (anche se il tempo futuro in attesa delle consultazioni sarebbe d'obbligo!).
Chiunque conosca la situazione economica italiana e mondiale sa che gli stati oramai da anni non sono più il fulcro dell'economia mondiale: i famosi derivati, da soli, coprono più dell'802% del PIL mondiale (https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEinADZCG2oYC6TEaJCSyQtYRctThNvoH4h1vYNPGS4NyETFYtiOryKlY-DslkARpVet0frjLcrUabfIqJk3eQB4Yc8NOlgbrAWVd4d0_Vm3FKfrpcM5cRQ0lyTCsopGt391lhdorHZuU2A/s400/derivatives+pyramid.jpg)  e non è certo l'unico indice che dimostra quanto andiamo dicendo.
E' l'anno 0.1: un nuovo inizio, una nuova sfida, qualcosa di spaventoso, emozionante e così immenso da lasciare spiazzati, anche se solo per qualche secondo.
Bisogna trovare un nuovo ed inedito equilibrio fra mercato globale ed interessi dei singoli cittadini: ma c'è poco tempo, i partiti (e parlo soprattutto del PD) devono trovare una nuova collocazione in fretta, senza indugi, devono con forza rivendicare il loro ruolo centrale nella difesa dei diritti dei singoli.
Anche in mezzo a questo tumulto, alle urla "buffone buffone" che iniziano a risuonare per le vie di Roma, il PD deve trovare il coraggio di non farsi schiacciare fra i due fuochi dell'anti-politica e dell'economia, deve mettere da parte le bandiere da manifestazione di piazza e portare avanti all'interno del nuovo governo gli ideali che ha coraggiosamente sbandierato negli ultimi mesi: riforme istituzionali, crescita e politiche occupazionali per i giovani davanti a tutti.
E' vero, personalmente ad un governo tecnico avrei preferito una Große Koalition di tipo tedesco, un accordo PD-PDL guidato da una personalità esterna, ma ormai, in assenza di un qualsiasi incontro Bersani-Berlusconi, l'ipotesi sembra tramontata: non importa, non sono soltanto i ministri a fare uno stato e non è questo il momento di lamentarsi, di sottolineare l'occasione persa o di esultare come se avessimo vinto i mondiali.
E' il momento di prendere decisioni forti, magari anche difficili, ma sempre tenendo a mente che il PD non può appiattirsi soltanto sul mercato dimenticandosi dei bisogni dei cittadini, delle speranze e dei desideri di una generazione che, fino adesso, ne ha visti avverarsi ben pochi.
Inizio questo blog affacciato su di un nuovo periodo storico, in un misto di speranza e preoccupazione.
E' l'anno 0.1, e c'è un'intera generazione che aspetta risposte.
Spero, con un pizzico di ottimismo che non fa mai male, che il PD riesca a darle a costo di dover scavalcare mari e Monti, insieme al mercato e non certo per il mercato.